Saggio di fine anno della Scuola di Recitazione "Mariangela Melato"
Dopo cinque anni di coma a causa di quello che tutti credono essere stato un tentato suicidio, un giovane anarchico si risveglia in una società distopica: un carosello tragicomico di mediocrità, contraddizioni e ipocrisie, dove amici e nemici si confondono e coabitano. Ma cosa è successo davvero quel giorno di cinque anni fa?
Note dell'autore
Per il saggio di diploma ho pensato di approcciare alla stesura di un testo che avesse tutte le complessità di uno spettacolo vero e proprio: ritmo serrato, cambi di registro, tematiche scomode, personaggi grotteschi e complessi. Un mondo classico in una cornice contemporanea.
E ho provato a farlo partendo da loro: una splendida classe di giovani attrici e attori nativi digitali.
La "Città senza nome" in cui si muove la vicenda non è solo una proiezione futuristica, ma la traduzione tridimensionale, fisica e spietata dello spazio che abitiamo ogni giorno: il feed di un social network; una dittatura del decoro e della "resilienza" obbligatoria, dove parole come suicidio, guerra e morte sono vietate, dove l'arte è vano esercizio egoico. Dove la vulnerabilità non è consentita.
Salotti borghesi, studi terapeutici e strade degradate "scivolano" l'uno dentro l'altro senza soluzione di continuità, esattamente come i contenuti eterogenei che attraversano i nostri schermi. Passiamo dalla tragedia di un lutto alla vacuità di un siparietto familiare nel tempo di un battito di ciglia, con un senso di frammentazione, alienazione e sovraccarico cognitivo da doomscrolling: un flusso inarrestabile in cui l'intimità dei personaggi viene continuamente profanata e data in pasto allo sguardo pubblico.
In questo mondo, l'infelicità, il lutto non elaborato e il dissenso non sono semplici stati emotivi, ma bug del sistema. Esibire una ferita o non sorridere equivale a violare le "linee guida della community".
Il suono di un'App diventa il braccio armato dell'algoritmo: un Deus ex machina acustico che interrompe i conflitti autentici prima che diventino pericolosi, obbligando gli attori a resettare istantaneamente i propri corpi, a indossare la maschera performativa della felicità e a "mettere il filtro bello" per non essere segnalati.
Al centro di questo circo iper-connesso c'è Al, l'unico elemento di attrito. Il suo coma durato cinque anni è stato un blackout digitale: Al è disconnesso, non possiede i codici della toxic positivity e per questo viene patologizzato.
E con lui c'è Gab. Dietro la maschera che ha l'aspetto di un meme, di un creepypasta, un artista impossibile da penetrare, che non vede l'ora di accendere la sua lampada UV, che squarcia il velo del decoro e rivela le macchie, lo sporco, le secrezioni umane.
Perché andare in scena significa rivendicare il teatro come l'ultimo spazio analogico possibile: un luogo dove è ancora concesso fermare il flusso, disconnettersi, e avere finalmente il coraggio di essere infelici.
Durata dello spettacolo: 1 ora e 45 minuti circa.
Nelle 3 serate di spettacolo la biglietteria aprirà 2 ore e mezza prima dell’orario di inizio spettacolo.
La Scuola di Recitazione Mariangela Melato ha il sostegno di Fondazione Carige e BPER Banca.
Produzione
Teatro Nazionale di Genova
Regia
Andrea Cioffi
Interpreti
Diego Francesco Cerami, Lorenzo Corsi, Michael Gift David, Gaia De Giorgi, Alvi Dema, Luciana Eni, Chiara Gallo, Marta Garofano, Simone Huber, Matteo Ippolito, Marta Parpinel, Nicolò Giacomo Pinna, Giulia Poloniato
Luci
Aldo Mantovani
Scene e costumi a cura di
Andrea Cioffi
con la collaborazione delle stagiste dell’Accademia Ligustica: Sofia Giulia Cattoni, Olga Deiana, Elena Leccese
Assistenti alla regia
Gaia De Giorgi, Nicolò Giacomo Pinna
Cast tecnico
fonico Francesco Traverso
attrezzista Giorgia Costo